Sonny Boy

Ero la più piccola di sette cugini dal lato paterno della famiglia. Molto più piccola. Siamo cresciuti passandoci per sette volte gli stessi vestiti rammendati nella vecchia casa di Tavernola, alla fine di una stradina che si tuffa nel bosco della Penna, ai confini col Fosso della Nebbiaia.

Prima della guerra, la casa colonica era un’osteria gestita dai miei bisnonni, ma negli anni Ottanta di quelle antiche origini restavano solo le numerose stanze per gli ospiti al piano di sopra, e l’enorme salone con un lunghissimo tavolo da 30 posti a sedere, posizionato davanti al camino sempre acceso: unica fonte di riscaldamento dell’intera – grandissima – abitazione destinata ai pellegrini.

Poiché ero la più piccola – molto più piccola – e poiché come quasi tutti i miei coetanei sono figlia di genitori poco inclini a fare caso all’emotività, le mie giornate trascorrevano nella solitudine totale nei boschi di Tavernola, alla ricerca di fragoline selvatiche, ciclamini o animaletti da accudire. Mi riavvicinavo a casa solo quando sentivo in lontananza i vinili di Lucio Dalla gracchiare dalla finestra a metà del primo piano, segnale che Mirko stava probabilmente leggendo un fumetto di Diabolik, ascoltando Meri Luis e Grande Figlio di Puttana.

Mi sedevo sulla vecchia mangiatoia di pietra e chiudevo gli occhi col naso all’insù, mentre il testo di Disperato erotico stomp veniva costantemente interrotto dalle urla della nonna Adelma che intimava di abbassare il volume, o la puntina si incantava su Sonny Boy a metà strada tra Ferrara e la luna.

Mio cugino Mirko è stato il primo essere umano ad assumere per me le sembianze di un supereroe. Era bello, di una bellezza fortunata e sfacciata, con la testa piena di boccoli biondicci e un sorriso che gli strizzava tutta la faccia in una smorfia dolcissima. Aveva gli occhi neri infossati in quel viso perfetto, con la voce roca di chi fuma un pacchetto di Marlboro dall’età di 15 anni. Soprattutto mi voleva bene in maniera diretta e genuina; non per essere il mio preferito, non perché fosse giusto farlo, solo perché vedeva l’essere umano dentro la bambina e aveva cura della sua unicità.

Tra noi correva una discreta differenza d’età: quando io ero una bimba di 6 anni, lui era un ragazzo di 20. Nonostante questo, mi coinvolgeva sempre nelle sue bravate, convincendomi che il mio aiuto fosse davvero fondamentale. Partivamo quindi alla ricerca di funghi nei boschi più pericolosi della vallata: lui avanti col cestino di vimini e i Levis scuciti sulle tasche; io dietro, con una felpa ereditata con su scritto ANTONELLA, a passo spedito per non staccarmi troppo da lui e dal suo affetto. Una volta ingaggiammo una gara di sassate alle botti di vino del nonno, con grande vittoria per chi fosse riuscito a spaccare più vetri. Un’altra volta riempimmo d’acqua due secchi e ci inoltrammo per 3 o 4 chilometri fino alle Lastre, dove mia sorella e una sua amica stavano prendendo il sole in costume, soltanto per far loro un clamoroso gavettone e tornare a casa di corsa sghignazzando. Un giorno mi portò con sé a pescare in un laghetto in fondo a una valle impervia, ma il clima cambiò all’improvviso e cominciò a grandinare fortissimo, così lui raccolse l’attrezzatura con un braccio, strinse me al petto con l’altro e mi riportò sana e salva (ma in ipotermia) davanti al camino di Tavernola.

Bello e spavaldo, Mirko aveva ogni estate delle fidanzate bionde con acconciature fantasiose, che io ovviamente ammiravo e detestavo allo stesso tempo. Mi domandavo sempre come avessero fatto a conquistarlo, lui che per me era inafferrabile e divino, e mi auto-rassicuravo pensando che tanto non si sarebbe davvero lasciato prendere, non avrebbe riservato il suo grande cuore a una sola donna.

Quattordici anni fa Mirko aveva l’età che ho io oggi, 45 anni, quando gli hanno diagnosticato il cancro ai polmoni. Nonostante non fossi più la bimba che si caricava in spalla fuori dalla casa di Tavernola ma un’adulta consapevole, ho rimosso alcuni dei ricordi più dolorosi di quei lunghi mesi in cui la malattia ha consumato il mio supereroe, togliendogli i muscoli e i ricci biondi, spegnendo il suo sorriso e cancellando il colorito abbronzato da quel viso un tempo radioso. In me è rimasta però indelebile la paura che la sua mano abbandonasse la mia in quel letto d’ospedale mentre eravamo soli, che lui scegliesse proprio me come unica testimone del suo addio alla vita. Invece mi ha risparmiato anche quel dolore.

A un mese dalla sua morte l’ho sognato, o meglio: ho sognato il suo fantasma che mi faceva visita nel sonno. “Svegliati Fedi, devi venire con me in un posto”. Una sua versione effimera e traslucida mi accompagnava nel buio della notte fino a un’auto, che per ovvi motivi mi chiedeva di guidare fino a Forlino, il paese a pochi chilometri da Tavernola in cui i nostri genitori erano cresciuti da bambini. Mirko mi chiedeva di scendere dall’auto e restare accanto a lui sul ciglio della piccola strada sterrata, in contemplazione dei campi che corrono giù fino alla valle.

“Fedi, ascoltami, solo tu puoi fare in modo che queste terre non vengano dimenticate. Io mi fido di te”. Non capendo cosa volesse dirmi, mi sono limitata ad annuire e restare qualche istante immobile nella solitudine del bosco notturno, aggrappata al mio supereroe in qualche modo ancora presente, ancora mio. Durante il viaggio di ritorno ho sentito la sua luce affievolirsi a poco a poco nel sedile accanto a me, e il suo spirito sparire dall’auto come le lucciole in estate, che tante volte avevamo ammirato insieme. Mi sono svegliata infinitamente triste.

Dopo qualche giorno i miei genitori mi hanno invitata a pranzo e con un filo di malinconia ho raccontato loro il bizzarro sogno che avevo fatto. In un istante ho visto mio padre diventare bianco come il tovagliolo che si è portato al volto, e con la voce rotta dallo sgomento chiedermi se stessi facendo un macabro scherzo dopo aver sentito qualcuno dei nostri parenti. “Questa mattina sono stato dal notaio – ha detto incredulo mio babbo, allora 65enne cresciuto in una pragmatica famiglia di contadini di Grizzana Morandi -. Mi ha detto che Mirko ti ha lasciato alcune terre nella zona di Forlino”.

A distanza di 14 anni non ho ancora capito cosa potrei fare di quei due campi. Qualche volta, in estate, vado lì col mio cane e mi siedo a contemplare la valle come se Mirko fosse accanto a me. Resto lì fino a sera, fino a quando il buio accende le lucciole e le stelle del cielo. Allora chiudo gli occhi col naso all’insù e mi chiedo se Sonny Boy sia ancora a metà strada, o sia arrivato alla luna.

Un divano Ikea al posto del cuore

L’amore è un po’ come il Lycksele Lövås dell’Ikea: un divano piccolo senza braccioli a cui aggrapparsi; ci si sta seduti solo in due, ma una volta sganciato diventa un comodo letto accogliente.

La vecchia poltrona Ikea che ho al posto del cuore negli ultimi (dieci) anni è stata stipata di pupazzi ingombranti e inanimati, che hanno preso polvere e occupato spazio, senza che io riuscissi mai a fare ordine e buttarli nel cassonetto Humana, da cui altre potranno un giorno scovare il tesoro vintage più adatto a loro. E sì, stiamo sempre parlando di uomini.

I miei (quattro) lettori assidui li ricorderanno uno per uno, tanto sono sempre gli stessi modelli, alternati a qualche caso umano così estremo da non riuscire nemmeno a trovare posto sul divanetto del mio corazòn. C’è il lupo solitario, il leone da tastiera, il gorilla silverback: c’è tutta una collezione di animaletti pelosi a popolare il circo Togni che è la mia insoddisfacente vita sentimentale. Ma la cosa che più mi sconvolge è che a forza di accumulare peluche, non mi sono accorta che non era rimasto più nemmeno uno spazio per me, che del divanetto sarei – scusate il disturbo – la legittima proprietaria.

Perché negli anni io abbia continuato imperterrita a scegliere la stessa tipologia di personaggio è un mistero sul quale sono al lavoro professionisti altamente specializzati (aka: il mio poverissimo psicologo). Quando mi lamento capricciosamente del fatto che non mi capita mai di conoscere qualcuno di diverso, speciale, interessante, accogliente, equilibrato, Gabri mi ricorda che nessuno sconosciuto può sedersi sul mio divano Lycksele Lövås se ogni volta che passa lo trova completamente occupato.

Così due anni fa ho cominciato un durissimo lavoro di svuotamento del mio cuore trapuntato.

Non sai mai quanto hai accumulato finché non ti trovi a dover fare ordine. Nella scarpiera dei miei sentimenti c’erano tante di quelle relazioni antiche e ormai inadatte, che in certi casi liberarsene è stato un sollievo (sicuramente anche per loro eh, qui c’è equità di liberazioni). C’era ancora il mio primo fidanzato che ogni tanto comunque due complimenti li faceva, c’era l’amico dell’università che un po’ mi amava ancora e un po’ fuggiva, c’era l’uomo sposato che avevo faticosamente allontanato ma che poi si ripresentava di notte come la peperonata, c’era l’amicizia ambigua, l’amico di penna, il friend with benefits ma benefits solo per lui: un ricco carnet di relazioni insensate accomunate dall’alto tasso di fallibilità dell’esperimento e dall’impossibilità di tradursi in una relazione sana tra due persone più o meno equilibrate. Assurdo cosa non si riesca a trattenere a sé pur di non lasciarsi andare alla solitudine vera.

Un piccolo dolore dopo l’altro, l’armadio ha cominciato a svuotarsi e la luce a filtrare: ho smesso di mandare messaggini e di rispondere ai loro, ho tenuto per me i paesaggi, ho goduto da sola di cinema e concerti, ho scelto le amiche e il mio cane per abituarmi all’assenza. Un po’ per volta i libri e le montagne hanno preso il sopravvento, e in un angolo sono rimasti appesi solo quei due o tre vestiti con cui mi sono coccolata per troppi anni, quelli che hanno portato fortuna, che mi hanno fatta sentire figa; infine quello che non avrei mai voluto buttare per non scalfire i ricordi a cui mi tiene legata.

Il mio migliore amico lo è da 20 anni e da circa metà della nostra storia comune sono innamorata di lui. In passato ho intravisto questa verità tantissime volte in certi momenti di inaspettata presenza, ma non ho avuto mai il coraggio di accettarla. O forse non ho avuto mai il coraggio di accettarne tutte le possibili conseguenze, incluso un sonoro palo a creparmi il cranio sulla fronte. Ho tenuto questa pietra al collo per così tanto tempo, che quasi la corda a cui è appesa ha creato il solco nella mia carne, diventando un cappio con cui ho strozzato ogni possibile felicità.

In certi momenti lui era così vicino che l’attrazione mi ribolliva dentro e il segreto diventava insostenibile, così ho mistificato, l’ho buttata sul sesso, sulla superficialità, non sia mai che si accorga che provo per lui dei sentimenti che negli anni sono diventati macigni da trascinare. A ripensarci ora, credo di aver lasciato il mio ex fidanzato storico perché amavo troppo lui, e di non essere mai più riuscita a innamorarmi di qualcun altro perché nessuno è come lui, nessuno è lui.

Negli ultimi anni svuotare il divano/cuore ha permesso al sangue di ricominciare a fluire e a me di ricominciare a pensarmi libera. La consapevolezza dell’amore per il mio amico non è arrivata subito, prima è arrivata l’insofferenza per una relazione di amicizia che improvvisamente sembrava non funzionare più. Mi sentivo trasparente e invisibile, quando il lavoro su me stessa mi aveva permesso di non voler essere più un accessorio alla parete, ma l’attrazione al centro della stanza. Per un volta, però, il problema non era tanto la sua distrazione o egocentrismo, quanto il mio nascondermi in un angolo buio per paura che vedesse davvero cos’avevo dentro.

Come per tutte le cose che mi sembra non facciano più per me, ho lasciato andare. Ho smesso di scrivergli ogni giorno e di rispondere ai suoi messaggi quotidiani. Ho interrotto il filo dei racconti a distanza, il protrarsi di una relazione basata sulla non vicinanza fisica quando la vicinanza fisica a uno fa così paura e all’altra fa così male, ho smesso di punto in bianco di accontentarmi di pezzetti piccoli della sua e della mia vita messi insieme da una quantità imbarazzante di parole scambiate.

È stato un lutto feroce, ho pianto per settimane. Ma in fondo la distanza fisica c’era già, bastava il coraggio di affrontare quella emotiva, su cui io inciampo sempre come una bambina che non sa ancora stare in equilibrio sulle gambe. A poco a poco mi è sembrato di potercela fare, di poterlo mettere in un cassetto e non pensarci più, di poter smettere di preoccuparmi per lui, di voler sapere cosa pensa di ogni cosa del mondo, di immaginarlo solo mentre guarda le stelle, oppure in compagnia di un’altra, certamente più intraprendente di me. La vita è andata avanti per mesi in sua assenza.

Poi un giorno è arrivato il consueto ceffone che mi dà la vita quando cerco di sottrarmi alle mie responsabilità di adulta, e l’ho incontrato per caso in un bar mentre raggiungevo le amiche, ben vestita e sicura di me, lasciandomi alle spalle la scia leggera del suo profumo preferito. Ciao come stai, però nessun bacio, nessun contatto, non ti avvicinare perché la distanza – qui – è vitale. Concluse le formalità dei saluti, gli ho dato le spalle e ho raggiunto il mio tavolo a pochi metri, riuscendo a intravederlo seguirmi con sguardo incredulo sbattergli in faccia la mia indipendenza da noi.

Poco dopo ha ripreso a scrivermi. Prima qualche stupido inside joke che capiamo solo noi da 20 anni per ripristinare il senso di intimità, poi il caldo abbraccio dello scambio quotidiano, infine il colpo letale del “vediamoci”.

Il mio psicologo mi dice che tornare qualche volta sui sentieri che ho percorso per 45 anni è perfettamente normale, ma anche capire sempre più in fretta che quelle strade sono per me ormai il passato dietro una montagna. Sono qui che cerco faticosamente di disegnare una nuova mappa per la mia vita, eppure a lui non sono mai riuscita a dire no, nemmeno questa volta.

Vedersi è stato splendido e straziante. Non credo di aver mai desiderato tanto una persona che non ho mai realmente avuto, non credo di conoscere nessuno di cui mi piace assolutamente ogni cosa: l’ironia, la sagacia, le opinioni politiche, la cultura, la passione, mi piace persino il suo passato pieno di umiliazione e sofferenza, la sua casa, i suoi calzini, gli occhiali da sole. Sarei disposta a stare per tutta la vita seduta all’ombra di un albero a guardarlo vivere come gli pare, e forse è un po’ quello che ho fatto negli ultimi dieci anni, a pensarci bene.

Sono risalita in macchina salutandolo forzatamente con una carezza, soltanto perché sapevo che non mi avrebbe permesso di installarmi nel suo giardino come un putto di marmo. Ho pianto a singhiozzi per tutto il viaggio mentre il desiderio di fare inversione e andare a prenderlo a schiaffi e baci mi soffocava. Mi sono dovuta fermare in un’area di sosta dell’autostrada perché le lacrime mi annebbiavano la vista e avevo bisogno di smettere di nascondermi tra le fila di tutti gli altri amici, ugualmente affezionati, ugualmente distanti. “Nessuno al mondo mi piace come mi piaci tu” ho aggiunto un elenco infinito di quello che amo di lui, cliccato invia e pianto più forte. Dovevo dirlo, doveva saperlo. Perché se esistesse un essere umano che pensa di me le cose dolorosamente piene d’amore che io penso di lui, beh, io vorrei cullarmi in questa consapevolezza.

Lui ha risposto “grazie”, e poco dopo mi ha mandato una foto di noi, scattata non so dove da non so chi, in cui io allungo una mano verso di lui mentre lui guarda altrove. Mi è sembrata significativa. Mi è sembrato che il grazie si scomponesse e diventasse “lo so, l’ho sempre saputo”, allora è risuonata quasi tenera la cura con cui ha mantenuto viva questa amicizia, pur sapendo che è sempre stata sbilanciata.

Ma io non ho mandato quel messaggio per avere una risposta. L’ho mandato per dare materia a un sentimento che tenevo in gola da troppo tempo. L’ho mandato perché se prima avevo paura di un rifiuto, ora ho più paura di restare intrappolata in un limbo di infelicità. Non sono ricambiata, e forse l’ho sempre saputo, solo che ora è il momento di fare i conti con quello che c’è nella realtà e andare avanti, lasciando sotto un cielo di stelle anche l’ultimo adorato vestito, il più bello, quello che mi ha sempre fatta sentire splendida e importante.

Il mio divano Ikea è vuoto e cigolante. Ma si apre ancora per diventare un comodo letto, e accogliere chi sarà abbastanza impavido da fermarsi a dormire sul mio cuore. Per il momento ci sono io che ci sbavo sopra quando non arrivo in fondo alla pagina di un libro appassionante, io che mi ci butto vestita quando rientro ubriaca e felice da una seratona con le amiche, io che faccio lunghe telefonate, io che ascolto un disco e bagno i cuscini di lacrime, io che mi addormento abbracciata al cane. Nel mio cuore adesso ci sono io, e ho finalmente capito quanto questo traguardo sia lontanissimo dalla banalità, al primo grande incrocio delle nuove mappe che sto disegnando per la mia vita.

B3: colpita ma non affondata

Per definire il mio rapporto con i medici bisognerebbe coniare un termine di significato contrario a ipocondriaca, chessò, una roba tipo POCOCONDRIACA. Solo negli ultimi tempi, complice la maturità (e soprattutto la mia grande amicizia con la Dottoressa Cookie, che mi cazzia ogni santa volta che ci vediamo a pranzo), ho cominciato a prestarmi controvoglia agli screening strettamente necessari. Sia chiaro che a queste visite vado sempre con lo spirito dell’adempiere a una rottura di scatole e la convinzione di farmi confermare che è tutto a posto, perché io – si sa – sono una macchina perfetta.

Ad aprile ho compiuto 45 anni e allo scoccare della mezzanotte, invece di vedere la Panda a metano trasformarsi in zucca e la mia faccia in quella di Winona Ryder, ho visto apparire sul mio fascicolo sanitario la proposta di screening mammografico della Regione. Facciamo anche questa, mi sono detta. Stacco di un mesetto e sono corsa all’ospedale durante la pausa pranzo per farmi strizzare le tette tra due vetri, mentre un’infermiera poco incline allo small talk (e poco amante dei tatuaggi) mi aggiornava su come avrei ricevuto gli esiti nel giro di 20 giorni per posta ordinaria.

La mattina dopo è squillato il telefono mentre ero in tangenziale sulla via dell’ufficio: “La chiamo dalla segreteria dell’Ospedale Sant’Orsola, dovrebbe tornare per ulteriori accertamenti”.

Ah.

Devo ammettere che un sottile brivido mi ha attraversato la schiena, ma è stato solo un istante, perché io – si sa – sono una macchina perfetta, e quindi ci sarà stato sicuramente qualche errore tecnico. Ho preso appuntamento per il giorno successivo, arrivederci e grazie, e via verso nuove mirabolanti avventure.

L’indomani ero di nuovo lì: stesso ambulatorio, stesso esame, differente infermiera. Fino allo strizzamento delle ragazze tra i due vetri ho continuato a pensare alle immagini venute male, alla posizione errata, a quella cretina sgodevole di due giorni prima che certamente aveva fatto qualche cazzata nel consegnare i miei esami. In effetti questa infermiera era gentile, troppo gentile, gentilissima; tanto che ha cominciato a insinuarsi in me il dubbio di essere un caso clinico meritevole di particolare riguardo.

La mazzata alla macchina perfetta è arrivata pochi secondi dopo, quando – ancora intrappolata in quello strumento di tortura – sono riuscita a voltarmi per vedere cosa succedeva alle mie spalle. Oltre i monitor che illuminavano il volto dell’infermiera gentile nel buio della stanza, dietro le sue spalle coperte dalla rassicurante divisa rosa, due medici in camice bianco stavano osservando, in piedi, le lastre che apparivano man mano sullo schermo. In quel momento ho carpito uno scambio di sguardi tetro e preoccupato. Un brivido di paura mi è salito lungo la schiena.

Al termine di un’ecografia di oltre 40 minuti, che mi ha lasciato lividi e non poca ansia, un medico con pochi capelli e gli occhi chiari mi ha detto “Vediamo una lesione in entrambe le mammografie, che invece non riesco a vedere nell’ecografia. Mi dispiace ma dovrà tornare per una biopsia chirurgica. Ah, e signorina, si faccia accompagnare da qualcuno: non è un bell’esame e dopo non potrà né guidare né prendere un mezzo pubblico”.

Ah.

Il problema di cercare su internet informazioni sul perché ti richiamino dopo una mammografia, su cosa sia una lesione, su come si svolga una biopsia chirurgica, non è soltanto il grado di tragicità senza contesto di quel che trovi, ma soprattutto l’accensione di un algoritmo insensibile e feroce, grazie al quale ti trovi in un hotel di Roma a scrollare tutte le sere storie di donne che hanno attraversato l’inferno e che, qualche volta, nemmeno sono arrivate in fondo alla partita.

A questo va aggiunto che a spegnere le mie paranoie in quei momenti c’era solo la poverissima Dottoressa Cookie, sempre e comunque a un whatsapp di distanza, e a mettere a rischio il suo matrimonio pur di non confessare a nessuno il segreto di cui si stava occupando da remoto.

Il dramma esistenziale delle persone come me, infatti, è che tendono a chiudersi e dare l’impressione di sapersela cavare in ogni occasione, salvo poi sentirsi sole e abbandonate perché nessuno ha magicamente percepito l’esistenza di un problema enorme dietro i loro sorrisi forzati o i dinieghi alle richieste di aiuto.

Non mi vergogno più di niente dagli anni Ottanta, figuriamoci se ho problemi a confessare che a mandarmi veramente in crisi non sono state le parole “lesione”, “biopsia” o tutti i tecnicismi collegati; ad aprire una voragine nella mia già precaria emotività è stata l’idea che avrei dovuto chiedere a qualcuno di portarmi a casa dall’ospedale, in un giorno infrasettimanale in cui la gente lavora e non ha voglia di rotture di cazzo altrui, o di sentir parlare di un problema di salute che ancora non ha un nome ma ha i contorni di un grandissimo casino. Quel qualcuno, poi, va scelto accuratamente, ché se al rientro da una biopsia devo sentir parlare dell’ex che non richiama o della zia che ha avuto un tumore al seno ma vive benissimo anche senza capezzolo, preferisco chiamare un tassista e pagarlo per stare in silenzio dal Sant’Orsola fino al portone di legno di casa mia.

Come sempre, l’unico davanti al quale non ho freni nel descrivere la mia disperazione è Gabriele, lo psicologo. Lui lo pago per ascoltarmi e allungarmi i fazzoletti, oltre che per sentirmi cazziare ogni volta che perdo la capoccia per un caso umano e mi privo della dignità umana. Per l’unico abbraccio genuino ricevuto in quel limbo di paranoie e inconsapevolezza no, non lo pago: quello è un extra che voglio illudermi riservi solo a me, che in fondo non sono la più psicopatica del catalogo e spesso lo faccio pure ridere.

Quella sera Gabri mi ha detto che avrei dovuto smettere di prendermi cura degli altri e lasciare che questa volta fossero loro a farlo. Di non pensare alle reazioni degli amici, alla tristezza che avrei provocato nelle mie nipoti, alle preoccupazioni che avrei dato ai miei genitori, ma di concentrarmi solo sulle mie reazioni, la mia tristezza, le mie preoccupazioni. “Ci sei tu adesso. Esci da qui e di’ alle persone che ti vogliono bene che stai male e hai BISOGNO di loro”.

Dall’auto ho chiamato Angela, la radio mandava The policy of truth dei Depeche Mode e paradossalmente io non riuscivo a vuotare il sacco, così abbiamo parlato un pochino delle sue proposte per il weekend: una mostra d’arte, il tour dei mulini. “Angie, giovedì devo fare una biopsia chirurgica al seno” – “Ok, vengo io all’ospedale, chiedo le ferie domattina” – “Ma se non riesci chiedo a qualcun altro” – “Se vuoi chiedi a qualcun altro, io però vengo lo stesso”. Non me lo ha nemmeno fatto chiedere. Non mi ha nemmeno fatto spiegare. Ha detto che sarebbe stata lì a guidare la mia Panda e non le importava se fosse necessario o meno. Non mi sono più sentita sola.

La mattina ho chiamato la Dani e ho detto tutto anche a lei: “Vengo anche io”.

La mattina del 22 ho pulito casa e portato fuori il cane. Angela è arrivata non troppo in anticipo e siamo andate all’appuntamento con bizzarra serenità. L’intervento è stato orribile, infinito, doloroso, scomodo, freddo. Mi hanno fatta accomodare con l’ago nel braccio e una fasciatura strettissima fino al collo in un salottino pieno di donne senza capelli che mi indirizzavano sorrisi complici, mentre cercavo di far ridere Angela elencando tutti i numeri di telefono che avrei potuto ottenere con la scusa del cancro.

La biopsia è stata l’inizio di un calvario psicologico, in cui ho passato ogni notte e chiedermi perché avrebbero dovuto farmi un esame così invasivo se non avevano intuito nulla di veramente grave; perché avrebbero dovuto lasciare una clip nel punto preciso della lesione, se non per guidare il chirurgo durante una futura operazione, perché si sarebbero guardati in quel modo intimamente preoccupato se non dopo aver visto il peggiore dei carcinomi.

I dieci giorni di attesa sono durati 10 anni. Nell’80% delle mie giornate ho cercato di concentrarmi sul lavoro: prendere più impegni possibili, partecipare a tutte le riunioni, essere in ogni trasferta, macinare tutto il macinabile. La sera, però, non ero nel mood di uscire, me ne stavo sola sul lettone a scrollare le tragedie inanellate dall’algoritmo infame, e le paranoie non mi hanno permesso di dormire nemmeno un minuto.

Qualche volta lo sconforto ha avuto la meglio, così ho cercato di annullarlo col conforto delle mie amiche, che hanno accolto le mie paure e raccolto le mie lacrime.

Ho programmato ogni istante dei due weekend che mi separavano dalla sentenza: all’appuntamento di lunedì mattina sono arrivata sfranta e con le occhiaie viola, aggrappandomi alla mano sottile della Dani, che stringeva forte la mia nel solito salottino del Sant’Orsola senza mai mollare la presa. Tra un esame e l’altro (le mie tette sono sempre state protagoniste della mia vita ma non pensavo fino a questo punto), abbiamo cercato in silenzio di carpire il significato recondito dei saluti di medici e infermieri, di interpretare la scelta di chi vedendomi abbassava lo sguardo: cosa penseranno, perché si ricordano, hanno pena per me.

Finalmente da una delle 10 porte è uscita la dottoressa che aveva eseguito la biopsia (giuro che dopo questa esperienza non sarò mai più in grado di usare il trapano con serenità), con sguardo fermo ha detto “Federica, venga”. La Dani si è alzata e mi ha seguita in silenzio nel labirinto di ambulatori, mentre io osservavo il camice bianco ondeggiare davanti a me: una specie di fantasma che si aggirava nel grande maniero dei tumori al seno.

“Va tutto bene”. La Dani si è improvvisamente scomposta sulla sedia e mi ha preso la mano stringendola forte, ma questa volta con un’energia completamente diversa.

Il mio tumore è B3, dove B sta per Benigno, o almeno io sono convinta che sia così. Andrà rimosso perché non ha la classica forma del fibroadenoma, ma del resto c’è forse qualcosa di veramente classico in me? Chissenefrega, toglietemi sta roba dal corpo. “Non ci aspettiamo di trovare nulla di diverso da quello che abbiamo riscontrato con la biopsia”. Queste parole sono la ninna nanna che mi ascolto nella testa da lunedì scorso, quando la lettera “B” – che non avevo mai considerato particolarmente significativa nella mia vita – ha cambiato l’esito della mia salute e del mio stato d’animo.

Senza mai mollare la mano della Dani siamo uscite dall’ospedale camminando a due metri di altezza, abbiamo festeggiato con un cappuccino di soia sorridendo a tutti i baristi, ciclisti, passanti. Con un cornetto tra le mani, la mia amica ha detto “Fede mia, oggi è una giornata bellissima, brindiamo alla vita”. E io mi sono sentita tutto tranne che sola.

Ah ok, allora ciao.

Essere persone sarcastiche è una condanna, perché alla fine ci tocca fare dell’ironia anche su cose sulle quali non ci sarebbe un cazzo da ridere.

Sono reduce da un’esperienza agghiacciante, che il mio psicologo dice che dovrei esorcizzare trasformandola in un racconto tragicomico, così eccomi qua per la gioia vostra e di quel pervertito che mi ha reso il weekend scorso un inferno.

Una settimana fa ho subito tre giorni di molestie telefoniche e stalking da un tizio che sostiene di guardarmi tutti i giorni, che mi ha chiamata nel cuore della notte al cellulare con un numero privato, che mi ha gettata in una spirale di panico e terrore che francamente non avevo mai avuto il dispiacere di provare prima.

Nell’unica chiamata alla quale ho risposto per disperazione, mi ha detto con fare viscido di conoscere il luogo in cui lavoro, le mie abitudini, un amico comune che gli avrebbe dato il mio numero; indignandosi poi per la mia reazione violenta di chiusura, per lui incomprensibile visto che LO VEDE COME LO GUARDO. Sì, esatto, ha pronunciato proprio quelle frasi da film horror, quelli che io non guardo mai proprio perché mi terrorizzano.

Le mie amiche hanno detto che avrei dovuto sbugiardarlo, mia madre (sempre dalla mia parte, anche nelle tragedie) ha detto che avrei dovuto fargli domande per capire quanto realmente sapeva di me. Io mi sono limitata a chiamare il 113, farmi venire un attacco di ansia al telefono con una poliziotta, cercando di gestire la tachicardia mentre fissavo dalla finestra il mio giardino improvvisamente buio e angusto.

Nel giro di 50 secondi ho infilato in una borsa il cibo del cane e il cane stesso, ho attraversato di corsa il giardino fino all’auto, e ho guidato sotto shock (e in pigiama) per 15 km fino al paese in cui vivono i miei genitori. Il resto del fine settimana sono stati due giorni di privazione totale del sonno e della serenità, passati prevalentemente a passeggiare come uno zombie (in pigiama e ciabatte pelose) per il piccolo paese di campagna in cui sono cresciuta.

Sono varie le sensazioni che ti assalgono quando ti succede una cosa del genere. La prima è la paura. Un terrore gelido, nero, che ti entra nel sangue e raffredda tutto il corpo fino a renderlo trasparente e tremolante. Una volta ripresa una temperatura umana, ci si sente fragili come una statua di cristallo piena di pensieri ossessivi, che sbattono contro le pareti interne del proprio corpo.

Mi sono sentita estremamente sola.

Se avessi un compagno, se convivessi, se avessi un uomo pronto a salire sull’auto per correre a casa mia a traquillizzarmi e vegliarmi, ora non sarei in questo stato di terrore e paranoia. Se qualcuno mi amasse, mi tutelerebbe dalle brutture della vita. Se qualcuno mi apprezzasse per come sono, accoglierebbe anche questa mia fragilità immensa, che io non ho saputo come gestire per tre lunghissimi giorni. Se ci fosse un’altra persona accanto a me, non dovrei occuparmi da sola di tutto, non sarei costretta a prendermi sempre cura di me stessa e del mio cane, anche in momenti in cui non ne ho la forza. Questo ho pensato.

Non credevo di avere una buccia tanto sottile. Non pensavo che il panico generato da un insieme di parole potesse assottigliare le mie sicurezze fino a farmi sentire così indifesa. Me ne sono vergognata, tanto per cambiare. Mi sono sentita troppo emotiva, troppo travolta, troppo sensibile, troppo paurosa, troppo condizionabile, troppo infantile. In fondo è stata SOLO una telefonata dopo una serie di chiamate senza risposta – ho pensato – chissà cos’avranno pensato di me le amiche che ho chiamato piangendo, chissà quanto avrà riso la polizia postale dopo che me ne sono andata dal loro ufficio.

La domenica ho inforcato un paio di grandi occhiali da sole e ho deciso di andare a fare una passeggiata in città (in pigiama e ciabatte pelose) per rimontare subito in sella alla vita vera (si fa per dire). Camminando senza meta sotto il portico in uno stato pietoso – di quelli che Laura Palmer spacchettata in spiaggia aveva un colorito più florido del mio – quel burlone del mio destino mi ha fatto incontrare per caso un HC (Human Case) per il quale avevo inspiegabilmente perso la capoccia l’estate scorsa, salvo poi rendermi conto di essere di fronte all’ennesimo soggetto psicologicamente instabile in cerca di una terapeuta agratis (story of my life).

Come se la mia tenuta da ospedale psichiatrico non fosse sufficiente per far capire il tenore del mio stato mentale, alla domanda di rito “Come stai?” ho risposto trattenendo una lacrima: “Beh, diciamo che ho avuto giorni migliori di questo. Quasi tutti a dire il vero”. Risposta? “Ah ok, allora ciao”.

Ah se stai di merda ok. Ah se non dormi da tre giorni ok. Ah se giri per il centro di Bologna vestita come una senzatetto con gli occhi gonfi di lacrime e lo sguardo vitreo ok. Ah se la perversione di qualcuno ha minato gli unici due luoghi della tua vita in cui ti sentivi al sicuro e libera di essere te stessa (casa e lavoro) ok.

È incredibile come la vita faccia tutto il possibile per sbatterti in faccia quanto ti stai sbagliando. Perché il punto non è tanto avere accanto qualcuno, convivere, domire nello stesso letto, avere in salotto il cartonato di figura maschile che con la forza del patriarcato tenga lontani maniaci e malintenzionati, ma che poi quando gli dici che è uno dei giorni più orribili della tua vita risponda “Ah ok”. Il punto è, ancora un volta, avere vicino qualcuno che ci veda, che ci capisca, che accolga le nostre emozioni e le consideri sempre valide, per il solo motivo che le stiamo provando e questo toglie ogni dubbio sulla loro veridicità.

In questa esperienza agghiacciante ho vissuto quel che c’era da vivere al momento, poi ho messo in dubbio i miei sentimenti, infine ho capito che il mio terrore è valido per il semplice motivo che l’ho provato, e lo è anche il mio senso di solitudine per gli stessi motivi. Mi terrò ben stretti quei pochi amici che erano lì con me mentre tutto succedeva, che mi hanno capita, accudita, pensata, accompagnata. Per tutti gli altri: “Ah ok, allora ciao”.

PS: La mia esperienza di molestie telefoniche è durata tre giorni, ho potuto contare sui miei genitori, ho avuto la fortuna di incontrare una poliziotta super comprensiva e amichevole alla prima telefonata, e un poliziotto estremamente empatico alla denuncia. Mi sono chiesta tante volte come riescano altre persone ad affrontare tutto questo per settimane, mesi o anni, magari senza il supporto di una famiglia o delle forze dell’ordine. Anche se ne ho avuto solo un piccolo assaggio, non avrei mai pensato che lo stalking potesse essere così spaventoso e invalidante. Sono vicina col cuore a tutte le vittime di questa pratica assurda, e spero che le pene diventino sempre più aspre per chi la perpetra. A tutti mi permetto di consigliare di non dare il proprio numero di telefono con leggerezza, non rispondere mai ai numeri privati e avere sempre fede nella propria forza interiore.

A bacherozzo’s life

Me lo immaginavo diverso, l’amor proprio. Pensavo che le persone che vogliono bene a se stesse fossero bellissime, felici e spensierate, mentre camminano con la falcata sicura delle modelle di Victoria’s Secret su petali di rosa, sparsi ai loro piedi da sosia di Ryan Gosling e Channing Tatum che le guardano con adorazione.

Invece no.

Volersi bene è una merda, quasi quanto non volersene, con la sola differenza che nel primo caso ci si dà una speranza di essere felici in futuro, nel secondo ci si condanna a una vita di relazioni tossiche in cui nessuno ci vede, ci ascolta, ci comprende, ci vuole bene. Quelli che incontriamo ci lasciano esattamente dove ci siamo messi da soli: rannicchiati nell’angolo di una stanza buia con una coperta addosso, sotto cui covare la speranza che arrivi qualcuno con l’assurda voglia di entrare in un posto lugubre, e innamorarsi perdutamente dell’essere informe che ci trova nascosto dentro.   

I miei giorni da crisalide sono (quasi) finiti. Negli ultimi mesi ho fatto uno sforzo sovrumano per sollevare la coperta pesantissima che mi avevano messo addosso 40 anni di ricatti emotivi ingiusti e polverosi, ho strisciato fino all’interruttore, mi sono alzata, ripulita, rivestita. Dopo aver preso a picconate una montagna di umiliazioni e critiche (molte delle quali auto-inflitte per emulazione), ho ritrovato al centro un bacherozzo mezzo mummificato che risponde al mio nome. Hey tu. Ciao.

Guardarsi e vedersi sono due versioni emotive dello stesso gesto, ma guardarsi è un’azione, vedersi è accoglienza. Ci guardiamo tutti i giorni nello specchio del bagno, nello sguardo dei nostri genitori, nelle reazioni degli amici, nelle occhiate degli sconosciuti per strada. Ci vediamo raramente; spesso quando la vita ci rende impossibile non farlo. Per di più quando ci decidiamo a farlo, non è proprio piacevole quello che vediamo.

Io, per esempio, ho visto un bacherozzo mezzo mummificato.

Non so se avete mai notato che l’indulgenza che riserviamo agli altri non siamo mai in grado di rivolgerla a noi stessi. Un’amica che porta la nostra stessa taglia è sicuramente una figa incredibile, noi siamo un bidone dell’umido. Un amico con qualche consapevolezza è saggio, equilibrato e solido, noi abitiamo quest’esistenza ad cazzum con la stabilità emotiva di un budino cameo.

Giudicare noi stessi impietosamente è uno sport che abbiamo appreso fin dall’infanzia da genitori assenti, insegnanti pretenziosi, amici sicuri di sé e fidanzati manipolatori. È una disciplina ricca di soddisfazioni, perché c’è sempre materiale su cui rendersi infelici. Di contro, pensarci migliori degli altri ci renderebbe boriosi e arroganti, incapaci di crescita e di empatia per il prossimo perché concentrati solo su noi stessi.

What if.

Cosa succederebbe se ci guardassimo con lo sguardo libero dal giudizio che ci è stato inculcato e ci vedessimo per quello che siamo, ovvero un essere umano imperfetto, con sfaccettature estetiche e caratteriali che lo rendono unico rispetto ai suoi simili?

Cosa succederebbe se ci guardassimo senza perderci in paragoni, e vedessimo un corpo che contiene una personalità, entrambi meritevoli di amore, comprensione e rispetto?

Cosa succederebbe se guardando quel bacherozzo io smettessi di vedere un bruco mummificato e vedessi una potenziale farfalla?

La risposta non ce l’ho, forse è più facile trovarla in un libro di Paulo Coelho che tra gli sproloqui di una che si autodefinisce scarrafone. Posso però testimoniare che da quando ho cominciato a bucare la crisalide per tirare fuori qualcosa di me, tutto è andato a scatafascio.

I primi esiti della mia autodeterminazione sono stati fiamme e distruzione: ho rifiutato imposizioni, abbandonato rapporti che mi piombavano a terra, messo in discussione tutto quello che avevo imparato. La voglia di essere autentica con me stessa ha travolto tutta la mia esistenza come un tornado, sradicando presunte sicurezze e scoperchiando i rifugi di una vita.

Per un primo, lunghissimo momento, intorno a me ci sono state morte e desolazione.

A volte per cominciare da zero bisogna arrivarci, allo zero. Resettare la propria visione al modello di fabbrica, per poi installarci una nuova versione più veloce, più performante, semplicemente diversa.

Credo di essere nella fase in cui mi sto guardando intorno per vedere cos’è rimasto in vita nella desertificazione. Certe amicizie seminate nel modo giusto e preservate dalle intemperie sono più robuste di prima, e qualche volta mi siedo alla loro ombra per riposarmi dalle fatiche della guerra contro i miei schemi emotivi. A volte mi capita di ascoltare il grido di aiuto di qualche sopravvissuto della mia vita precedente. Allora mi fermo, lo ascolto, mi lascio cullare dalla dolcezza dell’illusione come facevo un tempo. Ma dura sempre meno. La farfalla che ho dentro scalpita e infuria: non ci sta più ad essere usata, non vuole essere una mano a cui aggrapparsi nella tempesta.

Io non voglio essere niente di diverso da quello che sono. Sono una moltitudine di cose: alcune le sto ancora scoprendo, altre le sto semplicemente accettando. Ma sono qualcosa, qualcuno in questa esistenza in cui tutti ci guardiamo ma nessuno vede l’altro. Io voglio essere guardata e vista. Mi sto guardando e, per la prima volta, mi vedo.

Amabili resti

Se non esistesse l’amore non si farebbe Sanremo. Le canzoni parlerebbero di bonifici mancati e ferie mai godute, le poesie sarebbero dedicate ai chili persi, le opere d’arte ritrarrebbero soltanto cani, gatti e pizze al forno. L’amore è l’essenza del dolore e della felicità, è il cuore spezzato e quello impazzito, è la fonte delle lacrime più amare e magnete dei sorrisi più grandi, è il vuoto cosmico e l’universo infinito. Un sentimento estremo, un po’ come il mio carattere.

Da anni ormai non vivo l’amore per un uomo. Lo provo per il mio cane, i miei amici, la mia casa, le mie playlist spotify le lasagne vegane. Ma per gli uomini no, per loro ho provato negli ultimi tempi una varietà di sentimenti diversi, nessuno dei quali estremo come l’amore: attrazione fisica, riempimento di vuoti emotivi, affinità intellettuale, sollievo alla solitudine, curiosità. Qualche volta ho anche piagnucolato. Altre volte ho pensato di essere disposta a farmi investire da un autobus a due piani come in una canzone degli Smiths.

Ho passato anni a uscire con dei casi umani e interrogarmi su questo blog sul perché uscivo solo con dei casi umani. Un giorno, qualche mese fa, ho smesso di chiedermi perché incontravo solo persone non amabili e mi sono chiesta quando amabile fossi io. Beh, non uscirei con me stessa nemmeno se me la dessi la prima sera.

A forza di smussare gli angoli sono diventata tonda come le case nelle isole greche: mi sono allontanata così tanto dalla mia forma originale che non ricordo più com’era essere me stessa, bianca e quadrata. Il mio carattere indomabile e fumantino è stato annacquato dalla volontà di compiacere gli altri, la mia dolcezza cristallina si è impolverata per la paura che certi dolori pungenti potessero annichilirmi di nuovo, la mia autenticità è rimasta schiacciata da un cumulo di cose che è giusto fare, frasi che è giusto dire, versioni di me che è giusto essere, secondo un algoritmo interiore movimentato da traumi e paure.

Qualche mese fa mi sono riconosciuta molto poco amabile e ho cominciato a scavare tra le macerie stratificate delle mie mille vite, sperando di trovare resti intatti dell’originale. È stata dura come spostare montagne a mani nude. È stato come spogliarsi in pubblico di un vestito pesantissimo, e restare lì, nuda e infreddolita, a guardare la gente passarmi davanti senza capire, qualche volta senza nemmeno farsi domande. Qualcuno si è fermato e mi ha messo una giacchetta sulle spalle, altri mi hanno allungato un bicchier d’acqua, ma la parte più difficile l’ho fatta io, cercando di capire cosa mettermi addosso e dove andare.

Il cambiamento non è come lo immaginiamo, non ci si sveglia una mattina diversi, ci si sveglia ogni giorno leggermente più consapevoli. È un po’ come la dieta: non diventi improvvisamente Kate Moss, ma passi con calma e sacrificio dal telaio di Gegia a quello di Rihanna incinta di 8 mesi, fino a diventare la Luisa Ranieri che ti sei sempre sentita dentro.

Rinunciando a dolci e carboidrati, ma anche a compromessi e relazioni tossiche, mi sono parecchio alleggerita l’esistenza, e forse ora una chance me la darei: mi porterei a bere una birra e mi farei un sacco di domande, mi guarderei commuovermi per le stronzate e infervorarmi per le cose in cui credo, mi farei una carezza e mi stupirei del mio imbarazzo, e forse mi manderei un messaggio per dirmi che è stata una bellissima serata e che mi auguro di riuscire a trovarla, la mia strada.

Un Narcy è per sempre

Le altre postano foto scosciate con scritto “Chi non mi ama non mi merita” e ricevono pioggia di like, manciate di richieste di amicizia e proposte galanti a profusione. Io pubblico sul blog una brillante analisi post-moderna delle carenze affettive in una società contemporanea popolata da egocentrici privi di empatia e ottengo l’approvazione di uno che utilizza lo pseudonimo Narcisista Tossico.

Vero è che la pioggia di like ha la stessa utilità del gratì, mentre un Narciso auto-proclamato è per sempre: ti ammalia nella spirale della sua parlantina ego-riferita e non ne esci nemmeno buttando già una borraccia da due litri di rescue remedy.

Con buona pace di ogni mio proposito di emancipazione dai rapporti virtuali, ho ingaggiato con lui un torneo di riflessioni sui massimi sistemi: in fondo chi sono io per sottrarmi ad una sfida in cui non si vince niente, se non una coscienza aggiuntiva a quella che già ti giudica ogni mattina nello specchio del bagno?

Ieri, ad esempio, mi ha detto che la mia vita è triste. Se questo scambio fosse avvenuto un paio d’anni fa avrei fatto un’ora di autostrada soltanto per ribaltargli addosso il tavolino con sopra spritzaperol e patatine. Ieri, invece, – mentre pucciavo le chiappe in una piscina comunale di montagna dove tutti erano sconvolti dai miei tatuaggi e dal fatto che ero arrivata in auto da sola – mi sono limitata a ribattere pacatamente che la mia esistenza non è affatto misera, anzi.

“Non importa, questa è la mia narrazione di te”, ha risposto Narcy nel tentativo di non arrivare vivo alla grigliata di ferragosto. La sua narrazione di me non è interessata alla mia versione di me, perché la sua narrazione di me è in effetti la sua versione di me, e niente – se non lui stesso – è in grado di cambiarla.

(E ora ditemi che non merito una pioggia di like anche senza foto scosciata).

Riprendiamo le cose della vita da una telecamera in soggettiva: filtriamo i ricordi nelle trame sottili della nostra memoria, osserviamo le persone da dentro a questo corpo, da dietro a questi occhi di misure e colori diversi, collegando cervelli pieni di esperienze, traumi, convizioni uniche e irripetibili. Il nostro sguardo non è mai uguale a quello di qualcun altro, la nostra opinione non aderisce mai perfettamente alla realtà che vede chi ci sta accanto e questo è il bello e il dramma dell’esistenza.

Se il RIVOLUZIONARIO concetto di unicità del pensiero non bastasse, ci si mette Dio, il Cosmo, il destino, la vita a posizionarci in ruoli sempre diversi e a volte complementari, giusto per farci riflettere su quanto siamo inconsapevoli pedine nel gioco sadico dell’esperienza.

Così in una sola epoca (nel mio caso specifico in una sola settimana) possiamo passare dall’essere innamorat* non corrispost* all’altrettanto scomoda posizione di dover dire a qualcuno che non corrispondiamo il suo amore; piangiamo il dramma del distacco totale e ci facciamo consumare dall’eventualità di alimentare l’illusione dell’altro, trattenendoci dal mandare qualunque segnale di vita; accusiamo il Narcy di turno di usare la nostra ammirazione per coltivare il proprio ego e ci aggrappiamo a rapporti senza futuro per ricavarne una dose di autostima. Di volta in volta siamo i buoni e i cattivi, interpretiamo senza troppa consapevolezza il ruolo della fidanzata amorevole e quello dell’amante spietata, siamo trafitti dal dolore e conficchiamo spade di indifferenza in un piccolo cuore di scimmia, lo stesso che anche noi qualche volta abbiamo messo sanguinante tra le mani di un noncurante cavaliere oscuro.

A questo gioco di ruolo che è la vita terrena si aggiunge la narrazione di sé, ovvero la personale percezione della nostra persona fisica e intellettuale, che disperatamente tentiamo di sottoporre agli altri, e che mai e poi mai aderirà alla loro.

Un tempo era il diario segreto a contenere le nostre più riprovevoli esperienze di vita e il racconto soggettivo di queste, oggi esiste instagram per mostrare la propria idea di estetica, facebook per ammaliare il pubblico con discorsi politici e opinioni controverse, twitter per conquistare con la simpatia, un blog dal nome cretino per chi è troppo logorroica per essere contenuta in un limite di parole.

Investiamo una grande quantità di energie nel cercare di manipolare l’opinione che gli altri hanno di noi, invece di accettarla, studiarla, ed eventualmente apprezzarne o disprezzarne il riflesso nel solito specchio del bagno. Potremmo impiegare lo stesso sforzo nel costruirci una personalità degna della nostra narrazione, e poi evitare di perdere tempo con chi ne custodisce una troppo diversa, mortificante, umiliante, incompleta, svilente.

Per questo ieri non sono salita in macchina per andare a dare una scoppola all’amico Narcy, perché sto lavorando alla mia felicità con grande impegno e sacrificio, e in questo periodo ho poca voglia di convincere gli altri che la mia versione di me sia l’unica attendibile. Lui arriverà vivo alla grigliata di ferragosto con qualcuna che vede allegra e soddisfatta, io puccerò le chiappe in una piscina comunale dove il piatto vegetariano è il panino con wurstel, aspettando un suo messaggio con la sua narrazione di me, che in fondo gli piace tanto potersi costruire.

Non m’ama, non m’ama

Tra la dipendenza affettiva e la distanza emotiva corre un fiume di vocal di autoanalisi tra la mia amica Fiammetta e me, che in confronto le lettere di Jacopo Ortis sono una festa dell’amore di Cosmo. Ventuno anni e mezzo di storie personali condivise – metà esatta delle nostre vite – rimbalzano da Parigi a Bologna, afflosciandosi qualche volta contro le maglie di una bassissima rete fatta di fragilità e disistima.

Senza i miei amici starei scrivendo haiku senza senso immersa in una vasca di Xanax. Grazie a loro c’è sempre miracolosamente qualcuno che rimette ordine al caos provocato dal tornado dei miei pensieri, che poi regolarmente vomito qui, in una sorta di diario dove raccolgo quelle 3 o 4 cazzate che mi sembra di aver capito della vita, sia mai che tornino utili a qualcun altro.

Oggi è il giorno numero 3 della mia disintossicazione dalla dipendenza affettiva. Ho smesso di scambiarmi messaggini su Instagram con quello sposato, ho deciso di non scrivere su Messenger a uno che vive in un altro continente, ho finito di covare rancore e nostalgia per il tizio che mi ha ghostata, ho rinunciato a vedere l’uomo che non mi raggiunge mai, ho messo una pietra sopra alla possibilità di condividere qualcosa di più di un’amicizia con il contadino eremita che non esce dal 1984.

Diciamo che nel mio caso non è difficile rintracciare il minimo comune denominatore dei disastri sentimentali: si chiama IMPOSSIBILITÀ. Per evitare drammi e delusioni ho costruito una collana con margherite di ‘non m’ama, non m’ama’, che si sfalda in mille petali ogni volta che tento di indossarla con disinvoltura. Più un uomo è indisponibile e il nostro amore impossibile, più io mi interesso alla partita, incazzandomi poi perché non riesco mai a vincere neanche un misero set.

Le paure governano il mio inconscio e manipolano i miei incontri: mi spingono ad accettare la mediocrità, mi frenano quando rifiuto di accontentarmi, mi mostrano uno scenario in cui invecchierò sola e triste se non mi adatto ad una vita fatta di vacanze al mare, convivenza e venerdì sera liberi. Sei convinta che tutti tradiscano? Esci con uno sposato, perché se sai già che è uno stronzo infedele non potrà deluderti. Temi che un uomo possa invadere i tuoi spazi? Prenditi una sbandata per uno che vive a 5mila chilometri di distanza e vedrai che non metterà mai becco sull’arredamento di casa tua. In fondo basta poco per essere infelici.

Negli ultimi anni le mie paure si sono unite alle mie insicurezze, trasformandosi – delusione dopo delusione – in un muro altissimo che mi tiene al sicuro dal provare qualsiasi sentimento. Al riparo sotto una coltre di “sono tutti stronzi”, coperta a sua volta da un tetto di “quelli non stronzi non me li merito perché faccio schifo”, procedo inanellando prevedibili catastrofi di cui non mi godo né il bello né il cattivo tempo, tanto da qui il cielo è solo grigio e il mio elettrocardiogramma sempre piatto.

Fino a tre giorni fa. Venerdì, in una di quelle epifanie che non si sa se siano dovute ad una qualche congiunzione astrale favorevole o agli effetti postumi del rospo che leccai nel cortile della casa di campagna nel ’94, mi sono chiesta se davvero io sono fatta delle mie paure. Ho iniziato a domandarmi (e a domandare a Fiammetta in un vocal illegale da 8 minuti) se ciò che desidero coincide con quello che i traumi mi spingono a cercare, o se esiste ancora uno spazio di positività tra il mio corpo e la sagoma oscura che lo occupa, nutrita da lutti, abbandoni, mancanze e dolori.

Io voglio una relazione normale: conosci uno, ti chiede di uscire, vai a berci una birra, imbarazzo mentre ti riaccompagna all’auto, limone davanti alla panda a metano, torni a casa sorridendo per sbaglio a tutte le mignotte sui viali e aspetti un suo messaggio che sancisca la bellezza della serata. Quello che succede è invece che conosco uno, ci scriviamo per tre mesi, mi rompo le palle dei messaggini e mi presento a casa sua con la panda a metano, torno a casa fredda come il ghiaccio imprecando contro tutti i geppi che vanno ai 30 sui viali, aspetto il suo messaggio che sancisca che voleva solo scuotere un po’ la sua vita monotona, ma il messaggio neanche arriva perché è molto più facile sparire senza spiegazioni.

In questo percorso ad ostacoli (che io stessa ho piazzato) ho deciso tre giorni fa che non ho più voglia di lasciarmi governare dalle mie paure. Ho fatto un elenco di quel che desidero e deciso che non ho più intenzione di scendere a compromessi e accontentarmi di una versione tarocca dei miei obiettivi. Smetterò di frequentare il Dams se quello che voglio è fare l’avvocato, non cercherò più le mele in farmacia, non proverò a cavare il sangue dalle rape (anche se ho scoperto che dalle barbabietole si può ricavare una proteina simile all’emoglobina), non sceglierò deliberatamente di deludermi per l’ennesima volta con una prevedibile infelicità. Lascerò entrare la luce tra le fessure dei miei muri, farò crescere la parte positiva di me fino a sopraffare l’anima oscura e impaurita che mi preclude la serenità, e – cosa più importante – mi sforzerò di avere fiducia: in me, negli altri, nel futuro, nel lavoro che ho fatto fino ad oggi per avere chiaro quello che sono e quello che voglio. With a little help from my friends.